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ASSEMBLEA DEI CONSIGLIERI REGIONALI: la relazione del Presidente Micci.

    A seguire il 24 marzo nell’Aula Magna dell’Università Politecnica in collaborazione  con Meic Gruppo Ancona legata alla memoria del compianto Alfredo Trifogli si è tenuto il Convegno “Per quale Stato? In quale Europa?”, con la partecipazione di eminenti studiosi, fra i relatori l’ex Presidente della Regione Vito D’Ambrosio, il Dottor Valenza, il professor Di Cosimo che ha preparato il testo base.

            A seguire il 24 aprile nella Sala Ricci del Consiglio regionale abbiamo svolto una conferenza stampa presente l’On. Bianco Presidente dell’Ass. ex parlamentari; relatori on. Menzietti e il cons. reg. Perazzoli, i quali hanno illustrato il lavoro di un collettivo di volontari che si fanno chiamare “incorreggibili ottimisti”, i quali,  hanno istituito un “sito” in cui in un data base sono stati raccolti tutti i caduti marchigiani della Grande Guerra. Il sito che vogliamo divulgare con varie iniziative verrà illustrato oggi dall’on.Menzietti al termine di questa assemblea.

            Nel frattempo, poi, va avanti il lavoro, non facile, del libro sulla storia dell’Istituto della Regione Marche dal 1970 al 2010, che pensiamo di pubblicare in due tempi, il primo,  entro questo autunno, e il secondo in attesa di ulteriori contributi e riflessioni di personaggi che abbiamo invitato a collaborare, per scrivere altre pagine importanti della storia della nostra Regione in forma divulgativa.

            Per diversi anni siamo stati impegnati a promuovere conferenze nelle scuole medie e superiori; tenute da diversi nostri sociologi e da alcuni consigliere regionale, iniziative che vorremmo riprendere per assecondare il lavoro degli insegnanti per sviluppare fra gli studenti delle competenze di cittadinanza attiva e democratica verso progetti interculturali dalla pace, al rispetto delle differenze, dal dialogo fra le culture, al sostegno alle assunzioni di  responsabilità, la solidarietà e la cura dei beni comuni, la consapevolezza dei diritti e dei doveri di cittadinanza, alla legalità,  come previsto dalla riforma della “buona scuola”. Insomma una educazione civica e civile, complessiva anche di conoscenze giuridiche, economiche, finanziarie oltre alla formazione di cultura di impresa.

            Spero che si possa riprendere questa iniziativa d’intesa con gli insegnanti, con personalità scelte anche fra i nostri soci, che abbiano una capacità comunicativa e didattica che possa interessare i giovani studenti.

                        Nel clima di attacchi della stampa e di alcune testate televisive  sui privilegi della “casta” su cui veniamo ripetutamente compresi stiamo per decidere fra il nostro Coordinamento nazionale e l’Associazione degli ex parlamentari una iniziativa politica volta a fermare il discredito con cui veniamo apostrofati, anche per responsabilità oggettive avvenute in alcune Regioni, anche sugli emolumenti dei consiglieri in carica e di quelli scaduti, che non abbiamo mai difeso e che non possono essere accomunate con altre, fra cui le Marche ed al tre regioni, che hanno mantenuto un profilo di correttezza e sobrietà sui cosiddetti costi della politica.

            Lo dimostrano le iniziative del nostro precedente Consiglio regionale che ha ridotto le indennità ai consiglieri e di tutte le spese accessorie compresa quella dei Gruppi, ha ridotto i vitalizi nel triennio 2015-2017, e dal 2016 oltre alla abolizione dei vitalizi dal 2015 oltre alla abolizione dei vitalizi dal 2015 e la loro trasformazione in Previdenza contributiva per i consiglieri della decima legislatura e la loro trasformazione in previdenza contributiva, come previsto dalla legge del governo Monti, non comporterà alcun costo per la Regione Marche.

            E’ difficile a questo punto non soffermarsi    su alcuni scandali, abusi, privilegi che hanno portato alle elezioni anticipate in otto Regioni su quindici; mai successo in quarantacinque anni di regionalismo; noi come Coordinamento nazionale abbiamo fatto il possibile per stimolare la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative di far fronte al divario si spesa tra regione e regione perché si desse un avvertimento volto a contenere le spese entro i limiti della decenza, invece mai una presa di posizione mentre si consumavano fatti di una gravità inusitata.

            Queste anomalie più gravi, ora sono state sanate dai nuovi amministratori regionali, anche se sui vitalizi ci sono ancora delle differenze fra regione e regione che si potrebbero superare stabilendo una equiparazione dei compensi con quelle regioni più virtuose come è stata la regione Marche e non solo.

            In fondo il Parlamento, con il governo Monti, aveva stabilito che l’indennità dei C.R.  non differisse tra regione e regione, tant’è che la più popolosa regione, la Lombardia è stata equiparata a quella molto più modesta del Molise.

            La conferenza dei Presidenti, “organo di governo” in materia di status dei C.R. e degli ex, negli ultimi  cinque anni  ha completamente rinunciato alla sua funzione di controllo, di coordinamento ed anche di censura nei confronti di alcune regioni che avevano scambiato l’autonomia per arbitrio o abuso di potere.

            Il fatto poi che alcune istituzioni ritengono che nell’ambito della propria autonomia si possa decidere tutto quello che passa per la mente, senza un limite al buon senso, ed al criterio del buon padre di famiglia, succede quando le società, come in questo tempo, si sentono libere dai vincoli della legge e della Costituzione e dei controlli.

            Che consistono, per taluni fragili barriere di carta, illusori riferimenti soprattutto quando la politica vuole imporre le sue idee. Ho l’impressione che stiamo certificando la fine del costituzionalismo nato nel secondo dopoguerra quando lo stato costituzionale di diritto venne fondato sul riconoscimento dei diritti fondamentali e quindi sul controllo di costituzionalità.

            Oggi, in questa fase di crisi economica del paese, sta emergendo un criteri di anticostituzionalità per cui di fatto si può legiferare a seconda dell’influenza politica purché dominato dal primato della finanza.

            Basta enumerare le controversie, in questi anni, che hanno impegnato la Consulta sia in  materia  concorrente fra Stato e Regione ( Titolo V) sia in materia parlamentare.

            Qui libertà e diritti, non trovano posto, così, è la stessa democrazia a rischiare la scomparsa.

            Qui è anche la radice della crisi della U.E.. Terra di diritti che sta negando sé stessa.

            Nel preambolo della Carta dei diritti fondamentali è scritto che la U.E. pone la persona al centro della sua azione.

            Nella realtà propria, le persone con dignità e diritti vengono dimenticate perché su tutto prevalgono gli impersonali meccanismi del calcolo economico e della convenienza politica. Riemerge in Europa l’egoismo degli Stati invece che il prevalere del senso comunitario (basta citare il problema delle immigrazioni che possiamo definire di natura biblica).

            Ma per tornare in Italia, cito come esempio, che non sono state invasive le sentenze recenti sulle pensioni della C.C. sul mancato adeguamento delle pensioni, sulle quote di solidarietà sulla abolizione nei confronti delle pensioni d’oro rivolte ai soli funzionari pubblici, oltre a quella del blocco degli adeguamenti agli statali.

            La Corte non può modulare le sue decisioni in rapporto alle conseguenze economiche, salvo i limiti di pareggio del bilancio previsti oggi dalla Costituzione (articolo 81).

            Questo modo di legiferare in Italia senza riflettere, in piena libertà, come se non avessimo dei vincoli, posti dalla Costituzione, è grave sia perché aumenta il contenzioso, ma soprattutto perché se non si salvano i  diritti non si salva neppure la democrazia. Per questo, ora superata la fase di recupero degli abusi nelle Regioni sopra citate, chiediamo con fermezza che venga messa fine alla campagna di stampa sui privilegi della “casta”.

            Le forme per rispondere ai tanti saccenti su questi nostri presunti privilegi le stabiliremo in forme autonome insieme alla Associazione ex parlamentari.

           

           

            Il 31 maggio ultimo scorso si sono tenute le elezioni amministrative in sette Regioni a Statuto ordinario ma la credibilità nell’istituto federale è precipitata a livello minimo.

            Cinque anni di scandali hanno minato la stima dei cittadini nei confronti degli amministratori regionali. Dalla Lombardia al Lazio, dalla epopea delle vacanze extra lusso di Roberto Formigoni allo scandalo delle spese folli di Franco Fiorito, un intero ceto politico ha offerto uno spettacolo pessimo, culminato con le indagini sui rimborsi delle spese allegre in tutte le Regioni e in tutti i partiti.

            Naturalmente con diverse gradualità. In più c’è il peso delle ultime inchieste per corruzione, che si sono concentrate sugli enti locali, il Mose a Venezia, l’EXPO a Milano e mafia capitale. per citare quelle più note e clamorose.

            Per questo i tentativi di voltare pagina sono stati pochi e limitati all’introduzione delle primarie da parte del PD: uno strumento gestito però in modo confuso, con denunce di brogli che come in Liguria o in altre regioni con gli impresentabili, non hanno certo contribuito a rafforzare l’immagine dei partiti.

            Quello degli astenuti è sempre più il primo partito. Invisibile e dunque ininfluente. Molteplici le cause, a partire evidentemente da una offerta politica inadeguata rispetto alla voglia di cambiamento che c’è forte nel paese.  

            Le Regioni 45 anni dopo la loro nascita, nel lontano 1970, accentuano tutte le contraddizioni del nostro sistemi istituzionale, sovrastrutture a metà tra un nuovo centralismo burocratico e un federalismo straccione. La fiducia in questi microstati è ai minimi storici: 16% di consenso mentre appena cinque anni fa, nel 2010, era il doppio ovvero il 33%. Già scarsa ma ancora accettabile.

            Scandali piccoli e grandi. Sfide quotidiane all’estetica oltre che all’etica hanno addirittura portato allo scioglimento anticipato di otto Assemblee elettive, fenomeno mai registrato nei quarant’anni precedenti. Motivo per cui il 31 maggio si è votato a scadenza naturale solo in sette delle quindici regioni a statuto ordinario.

            L’Italia vive la realtà istituzionale e regionale diversificata tra cinque regioni a statuto speciale e quindici regioni a statuto ordinario; venti regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale. E’ questa la triste realtà in cui il nostro regionalismo permanendo l’oramai incomprensibile, iniqua e antistorica differenziazione tra regioni a statuto ordinario e speciale. Una congeria di competenze accumulate in maniera confusa dai decreti delega che, dal 1977 hanno affidato alle regioni molte competenze amministrative; alle caotiche funzioni relative al controllo del territorio, ripartite e spesso rimpallate tra regioni, province e comuni, sino al decentramento delle leggi Bassanini e alla modifica del titolo V° della Costituzione con l’invenzione delle competenze concorrenti, fonti del caos permanente dei ricorsi presso la Corte Costituzionale.

            Della lezione regionalista sturziana si è data una interpretazione fuorviante che si è accompagnata ad un esercito distorto delle competenze che, in origine avrebbero dovuto restare quelle di legislazione, programmazione e controllo e che, viceversa, sono diventate sempre più funzioni di gestione diretta e indiretta attraverso una congeria di enti e aziende partecipate che sfuggono al controllo democratico e che concorrono in larga misura all’enorme deficit strutturale dell’Italia.

            Di qui la necessità di ripensare al nostro assetto istituzionale ricollegandoci ad una corretta interpretazione del pensiero regionalista sturziano e alla lezione del prof. Miglio, che per primo teorizzò l’idea delle macro regioni come possibile soluzione al complesso e disorganico processo di formazione storica politica dell’unità nazionale. Di questi argomenti nella recente campagna elettorale regionale nessuna forza politica ha fatto cenno, nemmeno per la necessità di mantenere integro il territorio marchigiano dal momento che nel caso della Macro Regione Adriatica, la provincia di Pesaro andrebbe annessa alla regione Emilia-Romagna, mentre l’altra parte si collegherebbe con l’Abruzzo.

            Eppure, pur in presenza di così scarse risorse le Regioni nel 2014 non sono riuscite a spendere il 64% per cento dei Fondi Europei (salvo le Marche ed altre regioni del Nord) pari a circa 4,10 miliardi che dovranno essere trasferiti nel 2015 in concomitanza con la nuova programmazione europea (2014-2020). Ma purtroppo siamo gli ultimi nella classifica europea nella copertura della spesa.

            Ci sono diverse proposte nel dibattito politico culturale riguardo a queste istituzioni:

il primo ed il  più rivoluzionario è quello di abolire le Regioni magari mitigato da un serio lavoro di ridefinizione amministrativa, come per esempio ha fatto la Società geografica italiana, che ha ridisegnato la mappa d’Italia cancellando i confini regionali e immaginando la creazione di 33 Aree Vaste ( Province), cui dovrebbero essere attribuiti compiti leggeri e mai suppletivi dello Stato centrale.

            L’idea di fondo dei sostenitori di questa tesi, è quella di prendere atto che dal momento in cui il processo di globalizzazione abbatte le barriere, il federalismo verso il basso forse non ha più senso, mentre ne ha, molto verso l’alto, nel nostro caso con il completamento della integrazione europea che comporterebbe significativi risparmi di spesa.

            La seconda è quella di lasciare le cose come stanno ma di ottenere dai presidenti regionali la disponibilità a mettere in comune una serie di servizi che creerebbero anche essi forti risparmi.

            La terza e’ quella di dare una dimensione più grande a questi staterelli (come i Laender tedeschi) unificandoli.......

            Questa proposta ricalca quella del 1991 della Fondazione Agnelli che si basava su tre pilastri:

primo pilastro, una revisione della seconda parte della Costituzione che definisse un impianto federale ispirato ai principi della responsabilità, della trasparenza, della solidarietà e della sussidiarietà; prevedesse l’istituto regionale come base portante della riforma, con tuttavia ampi margini di autonomia per gli enti locali, in particolare, comuni e aree metropolitane; e introducesse un senato delle regioni;

secondo pilastro un sistema, di federalismo fiscale fondato sull’autonomia in positivo delle regioni, sulla conseguente introduzione di una serie di tributi, su trasparenti meccanismi di solidarietà tra i territori e sulla consistente riduzione dei trasferimenti statali;

infine, terzo pilastro, un progressivo ridisegno delle Regioni e anche dei comun i italiani, per evitare i rischi insiti nella dimensione socio demografica troppo piccola di molte realtà di governo locale.

            Tra l’altro è l’Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema del governo dei territori. In Francia ad esmpioil presidente Hollande ha deciso di ridurre le regioni da 22 a 14 ed ha semplificato le funzioni dei cento Dipartimenti che equivalgono alle nostre ex province.          Anche nella Germania federale, che ha sedici potentissimi Laender sta accadendo l’impensabile: i Leander più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti accumulati.

            Tuttavia non sono solo gli scandali che hanno colpito quasi tutte le regioni a mettere in discussione l’assetto dei poteri di queste ultime, ma è  sospetto diffuso che l’inefficienza che colpisce il loro stato sia determinata dalle trasformazioni ampie, come la globalizzazione,  che rischiano di rendere questo livello istituzionale ridondante rispetto agli altri. I cittadini percepiscono, oggi le regioni come una moltiplicazione per venti dello stato centrale e delle sue inefficienze, che ha in  più disperso i vantaggi che una gestione unitaria avrebbe presentato. Troppo grandi per  essere più vicini dello stato al cittadino e rispondere meglio dei risultati.            Contemporaneamente troppo piccole per avere le economie di scala minime per poter condurre in maniera efficiente servizi pubblici che chiedono forti integrazioni come ad esempio nelle politiche attive per il lavoro e nella sanità che sono rese possibili dalle tecnologie o per poter esprimere su alcune aree (dal turismo alla ricerca) strategie in grado di competere a livello globale. I numeri dicono che del resto è nelle regioni il cuore del problema al quale giriamo da anni.

             Le Regioni costano quasi il doppio delle amministrazioni centrali che sostengono l’onere di macchine pesanti, come la scuola, la giustizia, le forze di polizia e militari. Esse costano più del doppio di quanto costano otto mila Comuni che pure agli italiani devono garantire asili, mobilità, gestione dei rifiuti, illuminazione pubblica) e dieci volte più delle Province.

            E’ dunque, forse irrimandabile una riforma che non sia, solo l’ennesima revisione del titolo V della Costituzione ma una strategia che riveda complessivamente l’organizzazione dello stato portandolo nel ventunesimo secolo. Lo è per l’Italia ma anche per altri paesi europei come la Francia e il Regno Unito. Se tuttavia, così deve essere due criteri sono fondamentali. Il primo è che ogni qualvolta sposteremo il potere di realizzare una certa politica non dovremo mai dimenticarci anche di spostare le risorse necessarie per realizzare gli obiettivi di quella politica e con esse le tasse che sono indispensabili per reperire quelle risorse. Troppo spesso la politica italiana si è precipitata a muovere il potere, seguendo le oscillazioni del pendolo elettorale, senza spostare le leve necessarie ad esercitarle.

            Questo è del resto, quello che rischia di succedere con il personale e le competenze (alcune davvero delicate) delle Province rimaste pericolosamente in un limbo tra i Comuni e le Regioni. Ma anche lo spostamento di risorse può essere insufficiente se esso non comporta il trasferimento della responsabilità fiscale nei confronti dei contribuenti che altrimenti si proverebbe a pagare tasse per l’ottenimento di un servizio ad un soggetto diverso da quello che è responsabile della sua erogazione. E’ stata del resto questa l’anomalia più grande del regionalismo italiano rispetto a esperienze come quella tedesca. Il secondo criterio è che le riallocazioni di competenze devono essere fatte attraverso meccanismi flessibili in maniera da tener conto di una realtà che è differenziata e che cambia di continuo. Sono diverse le dimensioni delle regioni anche se la proposta dell’accorpamento potrebbe funzionare.

            Quella delle Regioni è una crisi epocale che rischiano di vedere svuotate le ragioni della propria esistenza da un doppio movimento che sposta le competenze verso l’alto dove si possono osservare ed affrontare processi globali e verso il basso dove si riesce meglio a intercettare i bisogni dei cittadini e a coinvolgerli. Di fronte a questa mutazione non si può certo alzare il ponte levatoio e chiudersi a difesa delle proprie prerogative costituzionali inondando i tribunali di ricorsi. Il cambiamento andrà anticipato proponendo una risistemazione di ruoli, leve gestionali e finanziarie e responsabilità fiscali che convenga a tutti: sarà questa la sfida che aspetta chi ha vinto in condizioni difficili.

            Ma intanto prima di tutto è necessario che le Regioni ritornino alle funzioni per cui sono state istituite: enti di programmazione e controllo, poche e buone leggi, disboscamento di quelle esistenti che hanno creato una selva burocratica, attenti alla programmazione e alla partecipazione al fine di avvicinare i cittadini alle istituzioni.

            Avere la forza di semplificare le istituzioni locali e le società di servizio che servono spesso per sistemare qualche amico trombato. E poi una capacità di progettazione che presuppone una struttura burocratica più leggera e ridotta, ma qualificata soprattutto rivolta a ottimizzare le uniche risorse rimaste che sono quelle europee.

            Io credo che valga la pena di avviare una discussione su questo tema, perché il rischio in questo periodo di trasformazioni istituzionali a passo di carica, c’è il pericolo che su questa materia una volta che le grandi regioni avranno raggiunto un’intesa noi finiremo  per essere spettatori di decisioni prese da altri magari non ancora mature.

            E’ chiaro che non può essere questa l’occasione di approfondire la materia, ma noi insieme al C.R.  ne faremo oggetto di un dibattito che possa rendere consapevole l’opinione pubblica marchigiana dei limiti oggettivi dell’attuale regionalismo e per concorrere a trovare soluzioni condivise.