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ASSEMBLEA 2016 DEI CONSIGLIERI REGIONALI: la relazione del Presidente Micci

Per tornare ai vitalizi va detto che il trattamento indennitario che abbiamo goduto in carica e l’assegno vitalizio che ne è parte integrante anche se in modo differito, e’ stato inserito nella carta costituzionale.

Infatti la nota sentenza 289/1994 della Corte Costituzionale afferma che la disciplina relativa all’assegno vitalizio connotato inizialmente come matrice di carattere eminentemente mutualistico si e’ gradualmente trasformata in una forma di previdenza obbligatoria di carattere pubblicistico.

La natura particolare dell’assegno vitalizio oltre che politica è stata ribadita, più volte, anche dalla Cassazione, sentenza 13445/04 l’indennità ha funzione di corrispettivo, volto a garantire l’ indipendenza economica.

La revisione retroattiva in senso peggiorativo dei trattamenti in godimento mette gli interessati di non poter più operare altre scelte personali e professionali, anche in relazione dell’età avanzata.

La salvaguardia dei trattamenti già liquidati corrisponde, quindi, alla esigenza di rispettare il principio dell’affidamento e dei diritti acquisiti (Corte Costituzionale 446/2002) e anche alle norme più elementari e della civiltà giuridica e del rispetto delle leggi e degli accordi, via stipulati tra cittadini e istituzioni.

Anche recentemente la Corte Costituzionale (sentenza 17892 del 18.08.2014) ha riconfermato questi orientamenti escludendo che possa valere per i trattamenti in godimento, una disciplina volta a temperare il metodo retributivo dei vitalizi in danno dei beneficiari.

In conclusione la riduzione, o peggio la sostanziale soppressione degli assegni vitalizi, sotto la veste formale di interventi finalizzati al risparmio si imporrebbero quale intervento simbolico e puramente dimostrativo di un indirizzo politico teso a sanzionare e punire una intera classe politica, arbitrariamente individuata nei parlamentari e nei consiglieri regionali titolari di assegno vitalizio.

Il che è giuridicamente, moralmente ed eticamente inammissibile.

 

Recentemente le dichiarazioni di Boeri, presidente dell’INPS, alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, sono indicative di un atteggiamento provocatorio perché invade un campo che non è suo.

I parlamentari infatti non prendono una pensione dall’INPS, ma una indennità differita, stabilita dalla Costituzione. L’unico soggetto delegato è appunto il Parlamento attraverso i propri regolamenti.

Nemmeno tutti i pensionati hanno la pensione contributiva, lo dice lui stesso nelle sue dichiarazioni che ci sono pensionati che hanno versato 1 e prendono 4.

Cominci allora a sistemare le cose in casa propria poi anche il Parlamento provvederà a limitare i vitalizi. Noi siamo ancora in uno stato di diritto.

Le proposte di legge in discussione in Parlamento poi, sono rivolte a superare i regolamenti parlamentari tramite le leggi ordinarie per l’organizzazione dello status dei parlamentari. La questione a parere dei più, non è irrilevante perché investe in pieno il tema dell’autonomia del Parlamento nel provvedere a darsi specifici regolamenti inerenti alle sue funzioni primarie e curarne l’attuazione. Autonomia sancita e tutelata dalla nostra Costituzione come ha sottolineato in più occasioni e anche di recente la Corte Costituzionale (sentenza 129/81, 379/86, n. 120/2014), il regolamento parlamentare, espressamente previsto dall’articolo 69 e 64 della Costituzione, viene qualificato come “una sfera di competenza riservata e distinta rispetto a quella legge ordinaria nella quale, pertanto, neppure questa è abilitata a intervenire”.

Non a caso, a differenza delle leggi ordinarie, i regolamenti parlamentati non vengono promulgati, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione dalla Presidenza della Repubblica, né sono suscettibili di abrogazione referendaria ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione.

In sostanza la nostra costituzione riconosce e tutela la necessità di garantire alle Camere una posizione di indipendenza e di autonomia che le rendono libere da vincoli e condizionamenti esterni.

Se così non fosse, si potrebbero determinare inammissibili limitazioni nel Parlamento.

Riteniamo in sostanza che non sia la legge ordinaria lo strumento costituzionalmente corretto a disciplinare una materia come quella dei trattamenti previdenziali dei parlamentari che deve rimanere riservata ai regolamenti delle Camere.

 

 

 

 

 

 

CIO’ CHE LA CORRUZIONE NON PUO’ COMPRARE

Adesso vi voglio parlare una piaga che affligge l’Italia : la corruzione.

La prima idea di questa esposizione nasce come reazione all’ennesimo scandalo della sanità lombarda, con l’accusa a un gruppo imprenditoriale di aver turbato una serie di appalti per la gestione dei servizi odontoiatrici corrompendo i funzionari preposti alle gare. Era metà febbraio.

Da allora è stata una raffica di notizie analoghe, che hanno visto coinvolti la sindaca di Maddaloni (CE), e numerosi dirigenti e funzionari dell’ANAS, alcuni giudici tributari di Milano, fino alla condanna di Riccardo Bossi, figlio dello storico leader leghista e poi i sub appalti dell’EXPO.

Probabilmente l’elenco si allungherà mentre io vi leggo queste pagine.

Nello stesso periodo il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare il nuovo Codice degli appalti pubblici e dei contratti di concessione che ora è diventata legge.

Nelle parole del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, “si passa da 660 articoli e 1.500 commi a 217 articoli con una scelta di grandissime semplificazione e recepimento delle direttive europee”, oltre allo stop alle gare al massimo ribasso.

Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha commentato affermando che il nuovo Codice “rappresenta una piccola rivoluzione copernicana nel sistema degli appalti nel nostro Paese.

Naturalmente da sola, una legge non è in grado di risolvere i problemi e anche questa legge non avrà un effetto salvifico, ma alcune novità le porta.

Un segnale di speranza da valorizzare : in mezzo alla alluvione di denunce, si opera per arginare e contrastare il fenomeno. Di fronte alla corruzione ci sentiamo tutti radicalmente piccoli e impotenti, e le parole di condanna o indignazione rischiano di suonare stereotipate, retoriche e moralistiche.

Affrontare il problema richiede innanzitutto un lavoro culturale per trovare strade nuove.

E’ essenziale continuare a scandalizzarsi, a indignarsi e combattere la corruzione direttamente, ma è altrettanto importante non considerarla solo come una questione di tangenti, mazzette e legami della criminalità organizzata (che si estende al Nord come al Sud).

Il rischio è circoscriverla e tenerla separata da altri elementi della cultura del nostro Paese, finendo per adottare misure di contrasto e di educazione alla legalità indispensabili, ma che da sole si rivelano troppo limitate per incidere sulle radici del fenomeno.

Il corpo corruttibile

Il termine “corruzione” ha una molteplicità di significati, il primo dei quali nonrimanda nell’ambito legale o morale, ma a quello della natura.

Corruzione è dunque quel processo di disfacimento che si oppone alla vita, è de-generazione in senso anzitutto biologico. E’ evidente come poi il termine sia stato traslato, già nell’antichità, alla sfera morale, personale e sociale, indicando ciò che si oppone alla virtù.

Questo rapido excursus etimologico ci aiuta a comprendere meglio la corruzione anche nel senso oggi prevalente, cioè in riferimento a tangenti e bustarelle. Il guasto principale non risiede solo nel danno economico prodotto alla collettività, che ci rende tutti più poveri : questo può essere anche molto modesto quando si considera il singolo episodio, sebbene le risorse che la corruzione sottrae alla società a livello aggregato siano impressionanti.

C’è un altro guasto ben più profondo : la corruzione intacca i legami sociali, la fiducia e il capitale sociale, le relazioni e le dinamiche democratiche, anziché generarli e farli crescere.

In questo senso introduce nell’ambiente e nella società delle tossine i cui termini negativi non si misurano solo in termini di danno economico, soprattutto perché si tratta di comportamenti attuati da persone che rivestono un incarico istituzionale (politici, funzionari, amministratori, magistrati e forze dell’ordine) : a essere intaccato, quindi, è il ruolo dell’istituzione pubblica come “garante terzo” e “mediatore imparziale”.

E’ questo il meccanismo attraverso cui si realizza una sorta di moltiplicazione del danno prodotto ; una serie di episodi di corruzione, piccoli e grandi provoca un effetto “liberi tutti” – “se lo fa lui” o “se lo fanno tutti” – a cui è difficile resistere.

Non si corrompono solo il corruttore e il corrotto, ma anche tutta la società, cioè tutti coloro che in prima battuta sono vittime : sono contagiati, cioè spinti o attirati ad assumere quella stessa logica che ha prodotto l’abuso che hanno patito.

Ogni atto di corruzione si comporta come un enzima, attivando processi di de-generazione nel tessuto sociale che lo circonda.

Il riferimento dell’origine etimologica del termine del decadimento organico ci aiuta a mettere in evidenza un altro punto che è importante non smarrire. Le reazioni di fronte alle notizie di episodi di corruzione si richiamano qusi invariabilmente alla necessità di “eliminare le mele marce”, scongiurando il rischio di quel contagio di cui abbiamo appena parlato. Tuttavia il problema è più complesso dello scarto di parti meccaniche difettose : una volta effettuato il controllo quelle che restano sono buone. Invece tutte le mele, anche quelle oggi sane, portano dentro di sé la possibilità di marcire, come esito di processi organici in determinate condizioni ambientali.

Fuor di metafora, la corruzione (di alcuni) rende manifesta una fragilità costitutiva del corpo sociale, insita nelle dinamiche che presiedono al suo funzionamento e alla sua crescita.

Beninteso: non intendo affermare che la corruzione sia qualcosa di ineluttabile.

Ogni società e ogni suo membro portano dentro di sé questa ambivalenza. Da questo punto di vista è bene non smarrire la contiguità tra gli atti di corruzione che finiscono sui giornali e in tribunale e tanti piccoli comportamenti quotidiani frutto della stessa logica : pensiamo ad esempio a piccole evasioni fiscali legate a prestazioni senza emissione di scontrino o fattura, all’abbandono nell’ambiente (ai margini delle strade) di rifiuti magari particolarmente inquinanti ( medicinali scaduti, pile esauste, elettrodomestici guasti ecc) o al gesto di chi lascia il proprio nome graffito su un monumento.

La corruzione è una possibilità che ci attraversa tutti. Lo dicono bene alcune riflessioni di Gherardo Colombo, uno dei magistrati protagonisti della stagione di Tangentopoli : “Io credo che Mani pulite sia finita perché i cittadini hanno pensato che “non fosse il caso”che le indagini proseguissero. Perché, all’inizio, beh erano tutti entusiasti[...]. Perché erano così entusiasti? Perché le persone coinvolte nelle indagini erano troppo diverse tra loro, nessuno si poteva identificare con persone di livello così elevato. Via via che le indagini sono proseguite, le prove ci hanno portato verso persone con le quali ci si poteva tranquillamente identificare : l’ispettore del lavoro che prendeva la bustarella per non accorgersi delle irregolarità del cantiere o il vigile urbano che faceva la spesa gratis per non accorgersi che la bilancia non pesava bene.

Corruzione e legalità

 

Nell’accezione ordinaria la corruzione incorpora il riferimento alla trasgressione di una norma. Per questo si tratta di comportamenti che hanno giustamente rilevanza penale. Si radica qui la comprensibile e legittima richiesta di leggi ferree e apparati repressivi efficienti. Senza voler in alcun modo sminuire l’importanza di questo fronte, le considerazioni sopra citate ci conducono tuttavia a inserirlo in una prospettiva più integrale.

Infatti a differenza di molti altri comportamenti criminali, la logica della corruzione ha la possibilità di interferire con la formulazione stessa delle leggi che la riguardano, aprendo quindi la strada alla propria depenalizzazione. Alcuni esempi ci possono aiutare a mettere a fuoco il problema.

I professionisti del settore finanziario che per anni hanno guadagnato somme anche ingenti costruendo e commercializzando quei prodotti poi diventati tristemente noti come “titoli tossici”, non hanno violato alcuna norma a meno che non abbiano tratto vantaggio da informazioni riservate (insider trading); tuttavia hanno contribuito in modo decisivo alla de-generazione del sistema economico-finanziario di cui stiamo ancora tutti subendo le conseguenze.

Gli effetti delle loro azioni non sono minori, in termini di risparmio tradito da quelli prodotti dai responsabili di storici crac quali Enron o Parmalat, che invece hanno violato la legge e sono finiti sotto processo. Tutti hanno messo in circolazione “tossine”, a prescindere dal fatto che la legge le riconoscesse come tali.

La regolazione dei rapporti tra politica e mondo economico, in particolare dei finanziamenti privati a partiti e candidati, varia notevolmente tra i diversi ordinamenti. Alcuni pongono limiti e divieti, altri solo obblighi di trasparenza. Nei secondi è dunque perfettamente legale che lobby e gruppi di interesse investano milioni per sostenere le campagne di candidati da cui si aspettano di ottenere l’approvazione di leggi favorevoli, mentre nei primi, azioni di questo genere finiscono probabilmente per oltrepassare la soglia di rilevanza penale e dunque vengono catalogate come corruzione.

C’è dunque una forma di corruzione che si alimenta dell’illusione del rispetto delle regole.

Un crimine “legale” non solo non si vede, ma si ammanta dell’apparenza di un normale gioco istituzionale. C’è un rispetto formale della legge, ma nei fatti se ne contraddice lo spirito : il risultato è ancora più “corrosivo”, perché opera una progressiva desensibilizzazione del male, così come più infida è la violenza sulle vittime, che hanno ancora meno strumenti per proteggersi.

La corruzione è particolarmente pericolosa perché è capace di attaccare anche il diritto e la legge, cioè gli strumenti con cui normalmente le società si difendono dal crimine.

Tocchiamo qui la grande potenza della legge e insieme la sua fragilità : è fondamentale, ma non è autosufficiente, perché per esercitare la propria funzione ha bisogno di una base di consenso sociale e di un riferimento valoriale che ne evitino il deragliamento. Per dirlo ancora con un esempio : il divieto di utilizzare amianto nell’edilizia è di grande importanza per la salute pubblica, ma l’amianto era tossico anche prima che la legge lo riconoscesse tale e lo sarebbe anche se nessuna legge ne proibisse l’uso.

Tutto si può comprare?

C’è un ultimo elemento della corruzione così evidente da rischiare di passare inosservato : è finalizzata al tornaconto di chi la compie. Guadagna il corrotto, che incassa la mazzetta, e guadagna il corruttore, ad esempio ottenendo il ritocco del prezzo di un appalto. Tra i due si instaura un rapporto di scambio analogo a quello di qualsiasi compravendita, se non fosso che riguarda qualcosa che non è una merce o un servizio con il suo prezzo, ma un bene comune (la fiducia nella legge e nelle istituzioni) e un valore (la dignità delle persone) che si distruggono quando si fa mercato. Per questo, legalmente o moralmente, non è lecito venderli e comprarli.

La corruzione realizza dunque una mercificazione indebita di qualcosa che dovrebbe essere sottratto allo scambio mercantile e da questo punto di vista appare pericolosamente contigua a una dinamica fondamentale delle società contemporanee, che continuano ad ampliare il perimetro di applicazione della logica di mercato ormai pervasiva.

Tutto diventa merce, tutto deve poter essere comprato e venduto : dalla possibilità di saltare la coda ai musei, fino ai corpi (mercato del sangue, dei gameti e degli organi, messi in vendita o magari in affitto) e persino alle carceri, la cui privatizzazione trasforma la detenzione in una industria che poi mette a disposizione dei detenuti che possono pagare celle “di lusso”, oltre a far nascere lobby per il costante inasprimento delle pene.

Quanto più la logica della mercificazione si diffonde, tanto più corrotto e corruttore, che in base ad essa agiscono, si sentiranno legittimati. O addirittura incentivati: se l’esercizio concreto della libertà e l’accesso alle opportunità dipendono dalla capacità di spendere, chi ha pochi mezzi troverà allettante la possibilità di vendere il proprio voto.

 

Promuovere rigenerazione

Soffermarsi a considerare la corruzione ci conduce a scoprire come si tratti di qualcosa di più complesso e articolato di quanto appaia dal clamore mediatico su tangenti e mazzette. E’ una dinamica che attraversa in profondità la nostra società e la nostra cultura, l’ethos diffuso da cui siamo permeati in modo spesso inconsapevole, ma non per questo meno potente nel poter determinare scelte e comportamenti.

Ci riguarda tutti, non solo come vittime o come censori pronti all’invettiva, a prescindere dal ruolo che occupiamo e dalla possibilità concreta di far parte del novero dei corruttori o dei corrotti. Anche le strategie per affrontare il problema dovranno essere articolate e complesse : la semplificazione è una scorciatoia attraente ma a rischio di produrre cortocircuiti. Per la corruzione come per ogni altro ambito.

Come abbiamo visto, questi strumenti sono indispensabili, ma anche fragili, e per funzionare hanno bisogno di stabilire sinergie con dinamiche sociali e culturali che però non sono in grado di attivare.

Se la corruzione è de-generazione, la risposta richiede l’attivazione di processi di ri-generazione del corpo sociale, promuovendo una concezione della legalità che non si limiti ai sintomi e una educazione al rispetto delle regole che integri dimensioni che spontaneamente non sono associate alla questione della corruzione. Si tratta di un compito che spetta agli apparati di repressione dei reati, ma anche alle agenzie educative (informali e formali) e a tutti gli ambiti in cui si realizzano esperienze di partecipazione e di cittadinanza attiva.

Alla luce delle considerazioni della dinamica della mercificazione, assumono particolare valore tutti quei gesti, anche piccoli, e quelle occasioni in cui si promuovono esperienze personali e sociali di autentica gratuità.

Può trattarsi di fruizione della bellezza (quella dell’arte o quella dell’ambiente) come di qualcosa di cui non ci si può impadronire; oppure della difesa di spazi sociali di riposo e di celebrazioni sottratti alla logica del consumo e del profitto; o ancora di un impegno nella linea del volontariato e della giustizia sociale, in cui incontrare l’altro come fine e come valore, e non come mezzo o come oggetto di sfruttamento.

La gratuità è un modo per affermare che esistono valori non traducibili in prezzi, di sperimentarli e di farli sperimentare ad altri.

Praticarla permette di scoprire qualcosa di bello che non ha senso mettere in vendita perché significherebbe distruggerlo. Quanto più queste pratiche si solidificheranno dando forma a una nuova cultura, tanto più la società troverà energie per rigenerarsi, le leggi incontreranno un terreno capace di sostenerne l’efficacia e le persone più a rischio di diventare “mele marce” riceveranno una spinta (più o meno gentile) in direzione contraria.

In fin dei conti nessuno può comprare quello che un altro ha deciso di non voler mettere in vendita.

 

Con queste modeste riflessioni si conclude il mio quarto mandato di presidente della Associazione, per cui sento il dovere prima di tutto di ringraziare i Soci che hanno seguito e partecipato alle nostre iniziative in questi anni, poi i membri del Direttivo che mi sono stati vicini ed hanno collaborato a rendere possibile il programma che abbiamo portato avanti con le nostre uniche risorse, infine ringrazio tutti per la stima e la amicizia che ho avvertito intorno a me che è stato il miglior carburante che mi ha permesso di lavorare con serenità, pur nei limiti delle mie capacità personali.

Grazie di nuovo a tutti.