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IL CARCERIERE ERA IL PADRE DI NATALINO MORI

Lo seguii con la mia bicicletta, anche lui ne era fornito, e non appena facemmo ingresso in Caserma mi disse di togliermi la cintura dei pantaloni ed i lacci delle scarpe perché c’era un mandato di arresto per me.

 

Che cosa era successo? E’ presto detto: Ero il segretario cittadino della F.G.C.I. (Federazione Giovanile Comunista Italiana) e qualche settimana prima nella nostra sede, sita allora in un locale del Palazzo Comunale prospiciente Piazza XX Settembre, mentre stavamo preparando delle lettere di invito a partecipare ad un’assemblea di giovani disoccupati, mi accorsi che proprio in quel momento molti dei giovani destinatari dell’invito erano in piazza a parlottare. Chiesi allora ad un ragazzo, che insieme ad altri era lì con me in sede, di aiutarmi a distribuire personalmente i biglietti di invito in modo da poter risparmiare le spese di spedizione (a quel tempo le risorse per svolgere attività politica erano praticamente inesistenti).

Stavamo distribuendo il materiale quando sopraggiunse un Carabiniere in borghese, che sequestrò gli inviti strappandoli dalle mani del ragazzo, e dopo averlo condotto in Caserma denunciò sia lui che me all’Autorità Giudiziaria.

Non avevamo commesso alcun reato, ma all’epoca, nonostante l’Art. 21 della Costituzione Italiana recitasse: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”, il Ministro degli Interni aveva emanato una circolare con la quale proibiva persino la distribuzione di inviti a partecipare a pacifiche riunioni di giovani che chiedevano lavoro e dignità.

Il processo si svolse presso la Pretura di Civitanova Alta, il nostro avvocato non riuscì ad essere puntuale all’orario fissato e trascorsa mezz’ora il Pretore nominò difensore d’Ufficio un avvocato a me sconosciuto, seppi più tardi politicamente vicino all’estrema desta, che impostò e svolse una difesa non certo adeguata al caso.

Scagionai il ragazzo che aveva distribuito gli inviti assumendomi tutta la responsabilità del fatto e venni condannato a scontare nove giorni di carcere.

Era avvenuto che l’Avvocato Onorevole Virginio Borioni, designato dalla Federazione Provinciale della F.G.C.I., impossibilitato a presenziare al processo, aveva delegato ad assisterci un suo collaboratore di studio, l’Avv. Arturo Borgani. Questi, dopo essersi scusato con me per il ritardo, assicurò che non c’era di che preoccuparsi per la condanna e che avrebbe subito interposto appello.

Non seppi mai in realtà perché l’appello non fu fatto, così la condanna divenne definitiva e venni rinchiuso nelle carceri di Civitanova Alta.

Avevo sempre saputo che nelle carceri italiane si era a pane ed acqua e si dormiva a tavolaccio, con una sola coperta per ripararsi dal freddo.

Invece, con mia grande sorpresa, il carceriere mi diede sette coperte, mi forniva sigarette e mi passava dei pasti eccezionali: carne e pesce in abbondanza, squisite tagliatelle caserecce, addirittura fu lì che per la prima volta in vita mia assaggiai cachi, un frutto che non conoscevo.

Uscito da quella esperienza il segretario della Sezione del Partito di Civitanova Marche, Edoardo Rosati, mi disse che avrebbe convocato una grande assemblea degli iscritti affinché raccontassi la vicenda di cui ero stato protagonista e soprattutto dei patimenti del carcere.

Feci del tutto per dissuaderlo, dire come ero stato trattato proprio non me la sentivo perché in verità era stato l’esatto contrario di ciò che io stesso e un po’ tutti sapevamo e credevamo, tanto che ne ero rimasto scioccato.

Riuscì a convincerlo e l’assemblea non si fece.

Qualche tempo dopo, circa tre mesi, ebbi occasione di incontrare un mio carissimo amico e compagno di Partito, Natalino Mori di Civitanova Alta, operaio della “Cecchetti” che, ricordo, in una campagna elettorale fu anche candidato al Parlamento.

Egli mi abbracciò e mi disse: “Come ti ha trattato mio padre? Te lo chiedo perché gli dissi di trattarti in modo che non ti mancasse niente, come se fossi a casa tua.

Improvvisamente mi fu tutto chiaro, il carceriere era il padre di Natalino Mori, un carissimo e indimenticabile compagno.

Giuseppe Cerquetti